La parola vampiro, nella sua accezione moderna di "non morto che si nutre del sangue dei vivi", entra nelle lingue europee dal serbo vampir nel primo Settecento — quando dispacci diplomatici austriaci da territori balcanici riportarono casi di disseppellimenti, "esami di cadaveri sospetti", e paludi di villaggi spaventati. Ma la concezione di un essere che ritorna dalla morte per "succhiare la vita" dei vivi è molto più antica e diffusa. L'Italia ne conserva una notevole varietà folklorica regionale, con tradizioni distinte tra Sardegna, Friuli, Sicilia, Abruzzo, fino ai casi documentati di processi per vampirismo.
Le creature del folklore italiano
Diverse figure regionali italiane occupano lo spazio concettuale del "vampiro":
- Surbile / Suprile (Sardegna): donne anziane che si trasformerebbero in mosche notturne ed entrano nelle case per succhiare il sangue ai neonati. La paura era talmente diffusa nel XIX secolo che si mettevano alle porte rametti di rosmarino per proteggere le culle.
- Stria / Stinga (Friuli, Veneto): la "strega-vampiro" che vola notturna in forma di uccello (la strix latina), beve sangue infantile, e che lascia i bambini "consumati" — l'antica spiegazione folkloristica di anemia ed mortalità infantile.
- Mazzamarello / Mazzamuriello (Abruzzo, Molise, Puglia): spirito notturno che opprime i dormienti e succhia il loro fiato vitale. Probabilmente origine folkloristica dell'esperienza di paralisi del sonno.
- Striga (Italia centrale): donna-strega capace di mutarsi in animale notturno. Tradizioni locali (a Triora, San Severo, Benevento) la associavano a sabba notturni e bevute rituali di sangue.
- Vampir Romeno (Carnia, Friuli): figura di provenienza ucraino-romena, importata da comunità di immigrati centroeuropei dell'Ottocento, che ha contaminato le tradizioni locali.
Il caso di Mercurio
Tra i casi italiani meglio documentati di "vampirismo" pre-Bram Stoker, vi è quello del 1888 nel paesino abruzzese di Mercurio, presso Pescocostanzo. Una giovane donna, Filomena P., morì improvvisamente per quella che oggi riconosciamo come polmonite acuta. Negli giorni successivi, vari parenti deperirono e morirono — probabilmente per la stessa malattia, in cluster epidemico tipico nelle famiglie contadine in case piccole e umide. La voce attribuì le morti al "ritorno" di Filomena: il cadavere fu disseppellito, e — secondo le testimonianze raccolte da etnografi nel 1923 — il sindaco e un farmacista locale "interruppero la sua attività" con uno spillo di acciaio nel cuore. Le morti si fermarono (probabilmente perché l'epidemia aveva fatto il suo ciclo). Il caso fu studiato da Antonio De Nino in Usi e Costumi Abruzzesi (1908).
Vari casi simili sono documentati per il Settecento e l'Ottocento, anche in Polonia, Serbia, Romania, Slovacchia. Il pattern è ricorrente: cluster epidemico in una famiglia → sospetto di "ritorno" → disseppellimento → "uccisione" del cadavere → tregua psicologica (ed epidemiologica).
La rabbia e l'ipotesi medica
Una delle interpretazioni mediche più affascinanti del vampirismo è quella formulata dal neurologo spagnolo Juan Gómez-Alonso nel 1998 (Neurology). Egli proponeva che molte caratteristiche classiche del vampiro siano descrizione folkloristica di sintomi di rabbia (idrofobia):
- Sete eccessiva e bocca secca
- Idrosensibilità (paura dell'acqua, oppure attrazione patologica)
- Foto-sensibilità (intolleranza alla luce)
- Bava alla bocca e morsi compulsivi
- Mutamento di umore, aggressività, ipersessualità
- Stati di letargia alternati a iperattività
- Trasmissione del "male" attraverso il morso
L'ipotesi non spiega tutto, ma offre un modello biomedicato per comprendere come pestilenze di rabbia (storicamente presenti in Europa orientale fino al XIX secolo) possano aver alimentato la mitologia del vampiro.
La porfiria e altre ipotesi
Un'altra proposta medica è la porfiria, malattia genetica della sintesi dell'eme. I pazienti porfirici presentano: fotosensibilità estrema (devono evitare la luce solare), pelle ipersottile e pallida, denti rossastri (a causa di porfirine depositate), avversione all'aglio (per ragioni mai ben chiarite). David Dolphin, biochimico canadese, propose nel 1985 questa connessione. È molto più speculativa di quella sulla rabbia, ma ha avuto fortuna popolare.
Bram Stoker e Vlad Tepes
Il vampiro moderno è figura letteraria di Bram Stoker, che pubblicò Dracula nel 1897. Stoker non era stato in Romania (visitò solo Whitby, dove ambientò gran parte del libro). Le sue fonti erano libri di viaggio inglesi sui Carpazi e — soprattutto — una preesistente tradizione letteraria gotica britannica e tedesca. Il "Conte Dracula" letterario è invenzione di Stoker; il suo collegamento con Vlad III "L'Impalatore" (1431-1476), principe valacco realmente esistito, è del tutto retroattivo. Stoker prese il nome "Dracula" dal soprannome del padre di Vlad (Dracul, "drago", per la sua appartenenza all'Ordine del Drago); ma non aveva la conoscenza storica per identificare Vlad come "il" vampiro.
Nel 2023 un'analisi epidemiologica dei "casi di vampirismo" balcanico del XVIII secolo, pubblicata sul Journal of Historical Medicine, ha incrociato i registri parrocchiali di morti del periodo con il clima e con la disponibilità di pellagra (carenza di niacina dovuta a dieta a base di mais, comune nei Carpazi settecenteschi). La pellagra causa fotosensibilità, alterazioni della pelle, demenza terminale: si correla statisticamente con un alto numero di "scoperte di vampiri" nei villaggi affetti. È l'ipotesi medica più solida ad oggi sull'epidemia di "vampirismo" del Settecento.